Le due opere senesi (17; 18) sono presenti in mostra come testimoni mobili di un’epocale invenzione iconografica fiorentina, il perduto Comune di Giotto al Palazzo del Podestà. SCHEDA 17: si muove da una rievocazione della vicende della serie delle ‘Biccherne’ e ‘Gabelle’ senesi, entro la quale l’opera mostra per la prima volta una figura allegorica, un sovrano dai tratti senesi. Se ne precisa il rapporto con il modello, nel ciclo d’affreschi del ‘Buon Governo’ in Palazzo Pubblico, di Ambrogio Lorenzetti (e con la sua ’Annunciazione’ in Pinacoteca, voluta dagli stessi committenti). La revisione della storia critica mostra come le accese discussioni sull’iconografia del modello abbiano trascurato questa derivazione, e come le due versioni si sostengano a vicenda nel garantire l’identità della figura: non si tratta, come si ripete, del ‘Buon governo’, ma del ‘Comune di Siena’ nella sua legittimità e sovranità: puntuale risposta al modello offerto dal giottesco Comune di Firenze. Si argomenta, con nuove ragioni stilistiche, storiche e paleografiche, l’attribuzione ad Ambrogio Lorenzetti, talora frettolosamente avanzata e per lo più rifiutata. SCHEDA 18: si percorre la storia critica dell’opera, che presenta più aspetti problematici. Se ne individua l’elusivo soggetto, entro la tradizione che a partire dal modello del ‘Comune’ giottesco fiorisce a Siena, da Palazzo Pubblico alle Biccherne; se ne svincola l’esecuzione dall’ascesa al potere del governo dei Dieci, rilevando come, per quanto poco visibile, al Comune si leghi un undicesimo ‘civis’. Si conferma l’attribuzione, di recente accantonata, a un petit-maître senese di buona qualità. SCHEDA 65: l’opera deriva da un famoso disegno tratto dal “Dante” riconosciuto nel ciclo attribuito a Giotto nella cappella del Palazzo del Podestà di Firenze, scoperto nel 1840. Si affrontano: l’avventurosa vicenda della scoperta, sulla traccia di Vasari, la sua enorme risonanza e le relative polemiche; il suo ruolo nel recupero dell’edificio e nell’avvio della riscoperta della pittura ‘primitiva’ fiorentina; la dibattuta datazione e paternità delle pitture e la discussa questione dell’originaria identità della figura, certo identificata come Dante e presa a modello come tale, come mostrato dall’autrice, dall’umanesimo del tardo Trecento, nel quadro d’una campagna celebrativa del primato della città.

Schede 17 (Ambrogio Lorenzetti, 'Il Comune di Siena', Gabella, luglio-dicembre 1344); 18 (Maestro del Trittico Richardson, 'Il Comune di Siena e i cittadini concordi', Biccherna, gennaio-giugno 1385); 65 (Seymour S. Kirkup [copia da], 'Il "Dante di Giotto").

DONATO, MARIA
2013

Abstract

Le due opere senesi (17; 18) sono presenti in mostra come testimoni mobili di un’epocale invenzione iconografica fiorentina, il perduto Comune di Giotto al Palazzo del Podestà. SCHEDA 17: si muove da una rievocazione della vicende della serie delle ‘Biccherne’ e ‘Gabelle’ senesi, entro la quale l’opera mostra per la prima volta una figura allegorica, un sovrano dai tratti senesi. Se ne precisa il rapporto con il modello, nel ciclo d’affreschi del ‘Buon Governo’ in Palazzo Pubblico, di Ambrogio Lorenzetti (e con la sua ’Annunciazione’ in Pinacoteca, voluta dagli stessi committenti). La revisione della storia critica mostra come le accese discussioni sull’iconografia del modello abbiano trascurato questa derivazione, e come le due versioni si sostengano a vicenda nel garantire l’identità della figura: non si tratta, come si ripete, del ‘Buon governo’, ma del ‘Comune di Siena’ nella sua legittimità e sovranità: puntuale risposta al modello offerto dal giottesco Comune di Firenze. Si argomenta, con nuove ragioni stilistiche, storiche e paleografiche, l’attribuzione ad Ambrogio Lorenzetti, talora frettolosamente avanzata e per lo più rifiutata. SCHEDA 18: si percorre la storia critica dell’opera, che presenta più aspetti problematici. Se ne individua l’elusivo soggetto, entro la tradizione che a partire dal modello del ‘Comune’ giottesco fiorisce a Siena, da Palazzo Pubblico alle Biccherne; se ne svincola l’esecuzione dall’ascesa al potere del governo dei Dieci, rilevando come, per quanto poco visibile, al Comune si leghi un undicesimo ‘civis’. Si conferma l’attribuzione, di recente accantonata, a un petit-maître senese di buona qualità. SCHEDA 65: l’opera deriva da un famoso disegno tratto dal “Dante” riconosciuto nel ciclo attribuito a Giotto nella cappella del Palazzo del Podestà di Firenze, scoperto nel 1840. Si affrontano: l’avventurosa vicenda della scoperta, sulla traccia di Vasari, la sua enorme risonanza e le relative polemiche; il suo ruolo nel recupero dell’edificio e nell’avvio della riscoperta della pittura ‘primitiva’ fiorentina; la dibattuta datazione e paternità delle pitture e la discussa questione dell’originaria identità della figura, certo identificata come Dante e presa a modello come tale, come mostrato dall’autrice, dall’umanesimo del tardo Trecento, nel quadro d’una campagna celebrativa del primato della città.
9788809784994
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