Il primo capitolo – che ci invita a visitare l’irrinunciabile regno dell’utopia – prende le mosse dalla sconsolante situazione dell’Unione Europea; dove i faticosi e talvolta concitati sforzi per giungere a costruire uno stato federato (un traguardo della cui necessità ed urgenza sono assolutamente convinto) si accompagnano all’imbarazzato silenzio che avvolge la scottante questione linguistica. Nessuno è seriamente disposto a credere che tutte le lingue dell’Europa unita possano davvero convivere sullo stesso piano. Sarebbe follia il supporlo. Ma c’è ancora qualcuno che si illude, non si capisce bene su quali basi, che nel libero mercato delle lingue si possa arrivare a privilegiare i tre o quattro idiomi dominanti (tra i quali, a dispetto degli illusi nostrani, non si annovera certo l’italiano), conferendo loro un ruolo primario, a scapito dei rimanenti. L’inerzia generale, combinata con l’ingenua connivenza di taluni, non fa insomma altro che spianare la strada all’inglese. E qui sorge il problema. Qualcuno potrà considerare inevitabile questo sviluppo, e magari compiacersene per dimostrare il proprio spirito cosmopolita (oggigiorno, chi non sa l’inglese se ne vergogna, e chi lo parlicchia solo un po’ crede di possederlo). Ma non ci si deve cullare nell’idea che questa deriva inerziale sia indolore e priva di tangibili effetti. Occorre prendere coscienza del fatto che, accettando come lingua comune l’idioma nativo di una minoranza di cittadini europei (non importa quale), si determinano enormi conseguenze politiche ed economiche. Da ciò la mia adesione all’ipotesi esperantista, che non intendo proporre come soluzione perfetta (nient’affatto!) ma come quella operativamente più utile alla causa dell’integrazione europea. L’esperanto non piace certo a tutti; in genere, anzi, al primo impatto non piace per nulla, anche se coloro che lo praticano da tempo e se ne sono impossessati ne vantano i pregi estetici. Ma se stessimo ad aspettare che qualcuno inventi la lingua ausiliaria internazionale che riscuota il gradimento di tutti, l’attesa non avrebbe fine. Il grosso pregio dell’esperanto sta nel fatto che funziona. È stato sperimentato per più di un secolo e vanta una cospicua comunità di cultori appassionati. Talvolta anche troppo, ma questo glielo si può perdonare: nessuna utopia si afferma, se non è sostenuta da una passione. Insomma, l’esperanto non sarà perfetto, ma costituisce un’efficace via d’uscita da una situazione paralizzante, e in prospettiva piuttosto insidiosa. Lo si può considerare come un’imperfezione perfettamente adeguata a risolvere un problema che, a proprio danno, gli europei fanno finta di non percepire. L’esperanto presenta infatti il vantaggio di non essere la lingua di una specifica comunità di parlanti. Esso non comporta quindi privilegio per alcuna colletività, e non costituisce una minaccia per le diverse lingue nazionali; che potranno continuare ad essere praticate, su un piano di sostanziale parità e dignità, all’interno delle comunità d’origine. Certo, sono consapevole di aver affrontato un tema scottante. Quando si fanno simili proposte, si rischia di suscitare un vespaio. Alcuni reagiscono con sdegno; non sempre si trovano interlocutori disposti a ragionare con pacatezza, lasciando da parte i coinvolgimenti emotivi o le questioni legate al gusto (chissà perché, la gente in genere divide idiosincraticamente le lingue in ‘belle’ e ‘brutte’, dimenticandosi che si assomigliano tutte molto più di quanto non differiscano tra di loro). Eppure, sarebbe interesse di tutti noi europei affrontare e risolvere in maniera autenticamente paritaria la questione linguistica, se davvero vogliamo andare al di là di una semplice somma di paesi legati solo da qualche convenienza economica, ma privi di un autentico orizzonte comune. Il secondo capitolo – che addita una praticabilissima terapia – è appare[...]

Adeguate imperfezioni. Sulla scelta di una lingua comune per l'Europa federata ed altri saggi di linguistica

BERTINETTO, Pier Marco
2009

Abstract

Il primo capitolo – che ci invita a visitare l’irrinunciabile regno dell’utopia – prende le mosse dalla sconsolante situazione dell’Unione Europea; dove i faticosi e talvolta concitati sforzi per giungere a costruire uno stato federato (un traguardo della cui necessità ed urgenza sono assolutamente convinto) si accompagnano all’imbarazzato silenzio che avvolge la scottante questione linguistica. Nessuno è seriamente disposto a credere che tutte le lingue dell’Europa unita possano davvero convivere sullo stesso piano. Sarebbe follia il supporlo. Ma c’è ancora qualcuno che si illude, non si capisce bene su quali basi, che nel libero mercato delle lingue si possa arrivare a privilegiare i tre o quattro idiomi dominanti (tra i quali, a dispetto degli illusi nostrani, non si annovera certo l’italiano), conferendo loro un ruolo primario, a scapito dei rimanenti. L’inerzia generale, combinata con l’ingenua connivenza di taluni, non fa insomma altro che spianare la strada all’inglese. E qui sorge il problema. Qualcuno potrà considerare inevitabile questo sviluppo, e magari compiacersene per dimostrare il proprio spirito cosmopolita (oggigiorno, chi non sa l’inglese se ne vergogna, e chi lo parlicchia solo un po’ crede di possederlo). Ma non ci si deve cullare nell’idea che questa deriva inerziale sia indolore e priva di tangibili effetti. Occorre prendere coscienza del fatto che, accettando come lingua comune l’idioma nativo di una minoranza di cittadini europei (non importa quale), si determinano enormi conseguenze politiche ed economiche. Da ciò la mia adesione all’ipotesi esperantista, che non intendo proporre come soluzione perfetta (nient’affatto!) ma come quella operativamente più utile alla causa dell’integrazione europea. L’esperanto non piace certo a tutti; in genere, anzi, al primo impatto non piace per nulla, anche se coloro che lo praticano da tempo e se ne sono impossessati ne vantano i pregi estetici. Ma se stessimo ad aspettare che qualcuno inventi la lingua ausiliaria internazionale che riscuota il gradimento di tutti, l’attesa non avrebbe fine. Il grosso pregio dell’esperanto sta nel fatto che funziona. È stato sperimentato per più di un secolo e vanta una cospicua comunità di cultori appassionati. Talvolta anche troppo, ma questo glielo si può perdonare: nessuna utopia si afferma, se non è sostenuta da una passione. Insomma, l’esperanto non sarà perfetto, ma costituisce un’efficace via d’uscita da una situazione paralizzante, e in prospettiva piuttosto insidiosa. Lo si può considerare come un’imperfezione perfettamente adeguata a risolvere un problema che, a proprio danno, gli europei fanno finta di non percepire. L’esperanto presenta infatti il vantaggio di non essere la lingua di una specifica comunità di parlanti. Esso non comporta quindi privilegio per alcuna colletività, e non costituisce una minaccia per le diverse lingue nazionali; che potranno continuare ad essere praticate, su un piano di sostanziale parità e dignità, all’interno delle comunità d’origine. Certo, sono consapevole di aver affrontato un tema scottante. Quando si fanno simili proposte, si rischia di suscitare un vespaio. Alcuni reagiscono con sdegno; non sempre si trovano interlocutori disposti a ragionare con pacatezza, lasciando da parte i coinvolgimenti emotivi o le questioni legate al gusto (chissà perché, la gente in genere divide idiosincraticamente le lingue in ‘belle’ e ‘brutte’, dimenticandosi che si assomigliano tutte molto più di quanto non differiscano tra di loro). Eppure, sarebbe interesse di tutti noi europei affrontare e risolvere in maniera autenticamente paritaria la questione linguistica, se davvero vogliamo andare al di là di una semplice somma di paesi legati solo da qualche convenienza economica, ma privi di un autentico orizzonte comune. Il secondo capitolo – che addita una praticabilissima terapia – è appare[...]
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