Se un testo come il Libro dell’arte cenniniano viene oggi ristampato a più riprese e riletto in edizioni, seppure non definitive, sempre più accanitamente filologiche, se ancora oggi è riproposto nelle scuole di restauro e impugnato come strumento di lavoro e manuale non obsoleto, è facile figurarsi come l’interesse per questo trattato tre-quattrocentesco fosse vivo all’epoca del risvegliarsi consapevole del ‘gusto dei primitivi’. Nei primi decenni del Novecento esso appare come un caso esemplare di rilettura dei primitivi ‘deformata’ sul presente, un fenomeno a carattere eminentemente pratico e attualizzante. Infatti, si possono individuarne i primi lettori nei pittori, che impugnarono il Libro dell’arte come un manuale da cui essi potevano ancora imparare qualcosa, da cui potevano trarre, oltre che ricette e indicazioni tecniche, persino una lezione di ‘modernità’. A tale scopo, affrontando l’episodio come questione estetica, nel suo risvolto storico-critico – una critica fatta dagli artisti, come si vedrà, più che dagli storici – strettamente connesso con l’ambito, frequentatissimo dagli storici del restauro, della storia delle tecniche artistiche, si analizzeranno le edizioni primonovecentesche del trattato, tutte curate da pittori: quella inglese di Christiana Jane Herringham (1899), francese prefata da Renoir (1911), italiana di Renzo Simi (1913) e tedesca di Willibrord Verkade (1916). Non si procederà in ordine cronologico, ma per ‘punti focali’, mostrando alcune costanti riscontrabili in queste edizioni, alcuni elementi che costituiscono le ragioni di tale vivace interesse nei confronti del «ricettario» di Cennini.

Gli «scopi pratici moderni» del Libro dell’arte di Cennino Cennini: le edizioni primonovecentesche di Herringham, Renoir, Simi e Verkade

D'AYALA VALVA, MARGHERITA
2005

Abstract

Se un testo come il Libro dell’arte cenniniano viene oggi ristampato a più riprese e riletto in edizioni, seppure non definitive, sempre più accanitamente filologiche, se ancora oggi è riproposto nelle scuole di restauro e impugnato come strumento di lavoro e manuale non obsoleto, è facile figurarsi come l’interesse per questo trattato tre-quattrocentesco fosse vivo all’epoca del risvegliarsi consapevole del ‘gusto dei primitivi’. Nei primi decenni del Novecento esso appare come un caso esemplare di rilettura dei primitivi ‘deformata’ sul presente, un fenomeno a carattere eminentemente pratico e attualizzante. Infatti, si possono individuarne i primi lettori nei pittori, che impugnarono il Libro dell’arte come un manuale da cui essi potevano ancora imparare qualcosa, da cui potevano trarre, oltre che ricette e indicazioni tecniche, persino una lezione di ‘modernità’. A tale scopo, affrontando l’episodio come questione estetica, nel suo risvolto storico-critico – una critica fatta dagli artisti, come si vedrà, più che dagli storici – strettamente connesso con l’ambito, frequentatissimo dagli storici del restauro, della storia delle tecniche artistiche, si analizzeranno le edizioni primonovecentesche del trattato, tutte curate da pittori: quella inglese di Christiana Jane Herringham (1899), francese prefata da Renoir (1911), italiana di Renzo Simi (1913) e tedesca di Willibrord Verkade (1916). Non si procederà in ordine cronologico, ma per ‘punti focali’, mostrando alcune costanti riscontrabili in queste edizioni, alcuni elementi che costituiscono le ragioni di tale vivace interesse nei confronti del «ricettario» di Cennini.
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