La riscrittura di un testo secondo il registro spirituale segnala la sua avvenuta canonizzazione e procede dal grado minimo della citazione rifunzionalizzata a quello massimo dell’integrale trasferimento di strutture, concetti e forme da un codice culturale all’altro. Dopo il Canzoniere e il Decameron, anche l’Orlando furioso conosce tale sorte, come ci testimonia un gruppo di testi cronologicamente omogeneo e geograficamente variegato. Mi riferisco al Primo canto del Furioso traslatato in spirituale di Goro da Colcelalto, pubblicato a Firenze, per Francesco Tosi, nel 1589; al Primo canto dell’Ariosto tradotto in rime spirituali di Cristoforo Scanello (“il Cieco da Forlì”), uscito a Napoli nel 1593 per i tipi di Carlino & Pace; all’Orlando santo di Giulio Cornelio Graziani, la cui prima edizione (alla quale ne seguiranno altre quattro) comparve a Treviso ad opera del tipografo Evangelista Deuchino nel 1597; e infine alle Rime compassionevoli e devote sopra la Passione, Morte e Resurretione di Giesù Christo, cioè il primo canto dell’Ariosto tradotto in spirituale di Giulio Cesare Croce, opera uscita nei primi anni del Seicento a Bologna presso Domenico Barbieri. Queste testimonianze costituiscono tutte, ed ognuna per ragioni sue peculiari, delle interessanti esperienze di ricezione produttiva del Furioso, dei singolari saggi di quella poesia devozionale che, soprattutto attraverso il medium della stampa popolare, la Controriforma promuoverà strategicamente, per arginare la diffusione delle istanze eterodosse e per rinsaldare il consenso delle classi subalterne. Da un punto di vista generale le operazioni di riscrittura qui offerte sembrerebbero dunque confermare un’accezione del concetto di canone come «istituzionalizzazione di quei testi che sembrano meglio rappresentare e trasmettere gli interessi dell’ordine sociale dominante»; nello specifico però esse testimoniano in modo problematico il fatto che, anche per tensioni ed esigenze culturali così ben marcate e anche in anni non sospetti (quando la proposta tassiana parrebbe in via di affermazione), l’opera di Ariosto mantiene la sua funzione di aperto spazio testuale su cui varie ideologie possono essere proiettate.

Orlando santo. Riusi di testi e immagini tra parodia e devozione

TORRE, ANDREA
2010

Abstract

La riscrittura di un testo secondo il registro spirituale segnala la sua avvenuta canonizzazione e procede dal grado minimo della citazione rifunzionalizzata a quello massimo dell’integrale trasferimento di strutture, concetti e forme da un codice culturale all’altro. Dopo il Canzoniere e il Decameron, anche l’Orlando furioso conosce tale sorte, come ci testimonia un gruppo di testi cronologicamente omogeneo e geograficamente variegato. Mi riferisco al Primo canto del Furioso traslatato in spirituale di Goro da Colcelalto, pubblicato a Firenze, per Francesco Tosi, nel 1589; al Primo canto dell’Ariosto tradotto in rime spirituali di Cristoforo Scanello (“il Cieco da Forlì”), uscito a Napoli nel 1593 per i tipi di Carlino & Pace; all’Orlando santo di Giulio Cornelio Graziani, la cui prima edizione (alla quale ne seguiranno altre quattro) comparve a Treviso ad opera del tipografo Evangelista Deuchino nel 1597; e infine alle Rime compassionevoli e devote sopra la Passione, Morte e Resurretione di Giesù Christo, cioè il primo canto dell’Ariosto tradotto in spirituale di Giulio Cesare Croce, opera uscita nei primi anni del Seicento a Bologna presso Domenico Barbieri. Queste testimonianze costituiscono tutte, ed ognuna per ragioni sue peculiari, delle interessanti esperienze di ricezione produttiva del Furioso, dei singolari saggi di quella poesia devozionale che, soprattutto attraverso il medium della stampa popolare, la Controriforma promuoverà strategicamente, per arginare la diffusione delle istanze eterodosse e per rinsaldare il consenso delle classi subalterne. Da un punto di vista generale le operazioni di riscrittura qui offerte sembrerebbero dunque confermare un’accezione del concetto di canone come «istituzionalizzazione di quei testi che sembrano meglio rappresentare e trasmettere gli interessi dell’ordine sociale dominante»; nello specifico però esse testimoniano in modo problematico il fatto che, anche per tensioni ed esigenze culturali così ben marcate e anche in anni non sospetti (quando la proposta tassiana parrebbe in via di affermazione), l’opera di Ariosto mantiene la sua funzione di aperto spazio testuale su cui varie ideologie possono essere proiettate.
«Tra mille carte vive ancora». Ricezione del Furioso tra immagini e parole
Maria Pacini Fazzi editore
parodia; religione; poema cavalleresco
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