Se la Theologia naturalis di Sebond va dal sapere alla fede, e malgré elle, attesta un razionalismo «impossible et monstrueux» (Essais, II, 12), proprio di chi «se monte au-dessus de soi et de l’humanité», credendo alla scala naturae sive creaturarum, alla gerarchia apparente degli esseri in cui l’uomo, il solo essere perfettibile, diventa padrone del mondo (molti capitoli vanno in questa direzione: omnia sunt creata propter hominem, omnia sunt ad gaudium hominis, homo est rex omnium rerum, deus dedit totum mundum homini, omnia serviunt corpori hominis, ecc), la lezione montaignana è che non si può andare nemmeno dalla fede al sapere, ma dalla «généreuse ignorance» a un sapere da sottoporre sempre al guazziano cribro, staccio dell’intelletto, vaglio del sapere critico. Tutta la critica al razionalismo di Sebond viene intesa in questa direzione. In realtà, Montaigne aveva avvertito quanto l’inconoscibilità delle tre idee della metafisica classica, Dio, anima e mondo, immaginabili solo come inimmaginabili, pensabili ma non conoscibili, potesse condurre l’individuo sulla soglia di una incredulità via rationis. Ma pensando tali idee come inimmaginabili, non nega affatto loro valore e le pone nel loro statuto pratico e regolativo di ricerca infinita verso l’idea di perfezione. Il taglio del lavoro, teorico e filologico, ha consentito una valutazione analitica delle più significative varianti del Prologus del Liber creaturarum nelle diverse ed. latine, l’identificazione dell’edizione del testo tradotto da Montaigne insieme alle modifiche di significato apportate dalla sua traduzione della Theologie naturelle riescendo a cogliere tutto lo scarto ermeneutico degli Essais dal razionalismo sebondiano, il suo influsso su Charron e le ragioni della Censura romana. La ricerca ha anche consentito di valutare le ricadute teoriche della seconda parte del testo sebondiano sull’Apologie, in particolar modo l’assunzione – che segna una sorta di spartiacque tra il libro della natura, ormai inconoscibile direttamente dall’uomo, e il libro delle Scritture – di un Dio immaginabile solo come inimmaginabile, pensabile come impensabile, lambendo la teologia negativa.

Filosofia, teologia e libro della natura: Sebond e Montaigne

PANICHI, NICOLA
2008

Abstract

Se la Theologia naturalis di Sebond va dal sapere alla fede, e malgré elle, attesta un razionalismo «impossible et monstrueux» (Essais, II, 12), proprio di chi «se monte au-dessus de soi et de l’humanité», credendo alla scala naturae sive creaturarum, alla gerarchia apparente degli esseri in cui l’uomo, il solo essere perfettibile, diventa padrone del mondo (molti capitoli vanno in questa direzione: omnia sunt creata propter hominem, omnia sunt ad gaudium hominis, homo est rex omnium rerum, deus dedit totum mundum homini, omnia serviunt corpori hominis, ecc), la lezione montaignana è che non si può andare nemmeno dalla fede al sapere, ma dalla «généreuse ignorance» a un sapere da sottoporre sempre al guazziano cribro, staccio dell’intelletto, vaglio del sapere critico. Tutta la critica al razionalismo di Sebond viene intesa in questa direzione. In realtà, Montaigne aveva avvertito quanto l’inconoscibilità delle tre idee della metafisica classica, Dio, anima e mondo, immaginabili solo come inimmaginabili, pensabili ma non conoscibili, potesse condurre l’individuo sulla soglia di una incredulità via rationis. Ma pensando tali idee come inimmaginabili, non nega affatto loro valore e le pone nel loro statuto pratico e regolativo di ricerca infinita verso l’idea di perfezione. Il taglio del lavoro, teorico e filologico, ha consentito una valutazione analitica delle più significative varianti del Prologus del Liber creaturarum nelle diverse ed. latine, l’identificazione dell’edizione del testo tradotto da Montaigne insieme alle modifiche di significato apportate dalla sua traduzione della Theologie naturelle riescendo a cogliere tutto lo scarto ermeneutico degli Essais dal razionalismo sebondiano, il suo influsso su Charron e le ragioni della Censura romana. La ricerca ha anche consentito di valutare le ricadute teoriche della seconda parte del testo sebondiano sull’Apologie, in particolar modo l’assunzione – che segna una sorta di spartiacque tra il libro della natura, ormai inconoscibile direttamente dall’uomo, e il libro delle Scritture – di un Dio immaginabile solo come inimmaginabile, pensabile come impensabile, lambendo la teologia negativa.
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